La fontana delle 99 cannelle e la leggenda di Nicola Colapesce

                                                                                            La fontana delle 99 cannelle e la leggenda di Nicola Colapesce

Ciao come va? Questa mattina Gerry mi ha svegliato molto presto perché aveva voglia di uscire e camminare e così piano piano siamo arrivati presso la Fontana delle 99 cannelle, monumento simbolo della nostra città e legato alla sua fondazione. Una volta arrivati al centro della piazza ci mettiamo ad ammirare i mascheroni da cui escono delle piccole cannelle. Ognuno di essi rappresenta allegoricamente i signori dei castelli che contribuirono alla fondazione de L’Aquila nel XIII secolo. Per poterli ammirare tutti ci sediamo nell’angolo sud-est e vediamo che il mascherone che si trova alle nostre spalle è completamente diverso dagli altri perché altro non è che la pietra filosofale quella che ci spinge a conoscere, ad esplorare gli abissi della conoscenza umana che in questo caso è rappresenta un uomo pesce, Nicola Colapesce.

E chi è questo tizio?

Le prime attestazioni della leggenda di Nicola Colapesce sono del XII secolo.

La versione più conosciuta è quella palermitana che narra di un certo Nicola figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per la sua abilità nel nuotare nei profondi abissi del mare. Era talmente bravo che la sua fama arrivò fin alle orecchie dell’imperatore Federico II di Svevia che decise di metterlo alla prova. Un giorno insieme alla sua corte e a Nicola andòo in mare aperto e lì gettò in acqua una coppa ordinando a Nicola di andarla a recuperare; questi immediatamente si tuffò e dopo poco riemerse insieme all’oggetto. L’imperatore ordinò, allora, di dirigersi ancora più in là dove il mare era ancora più profondo. Questa volta fu buttata la corona che Nicola recuperò immediatamente dopo essersi tuffato. Federico II decise, quindi, di andare ancora più a largo e gettò un anello, subito Nicola si tuffò ma non riemerse. Ancora oggi nuota nei profondi abissi del Mar di Sicilia alla ricerca dell’anello dell’imperatore svevo fondatore, secondo la leggenda, della città de L’Aquila.

Dopo aver ricordato questa leggenda, io e Gerry decidiamo di riavviarci verso casa ma prima di salutare Nicola e gli altri mascheroni, guardiamo per l’ultima volta la fontana delle 99 cannelle e mi ritornano in mente le parole di Gadda a proposito di essa.

Sentendomi asino stagionato me ne venivo solingo, e discesi alla fontana delle cannelle: che l’arte e il buon senso di Tancredi da Pentima, negli anni di Tagliacozzo, avevano combinata ai neo cittadini. Il dispositivo è pensato con criterio: chiara, nei dettagli dell’opera adeguatissima al sito, tu leggi la finalità pratica di essa. Vi leggi una sollecitudine architettrice ch’è nobilmente urbana e sensatamente razionale. Ivi era la sorgiva del primo elemento, ai piedi del colle: e le mura la inclusero “in urbe”, scendendo, scendendo, quasi col gesto di chi si china per raccogliere un utensile caduto.

La fontana era il più necessario degli utensili civici. Da quell’aves, di certo, venne la scelta del luogo: e, forse, prima che da ogni ragione araldica, il nome della città: poiché la polla era nota nei secoli e le acquicce che ne discendevano al fiume eran dette, in latino, Aculae o Aquiliae”.

Alla prossima settimana con una nuova storia da raccontarvi.

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